Sfruttamento minorile in Sicilia           (I carusi )

 

Descritti in tanti romanzi e novelle di autori famosi, sfruttati e maltrattati da un sistema che non ammetteva pietà, i carusi erano ragazzini, picciriddi di 7/8 anni che aiutavano la famiglia a “buscare” un pezzo di pane. Molti di loro venivano venduti  ai Capi-partita per cento o duecento lire e il padre non poteva più riaverli, fino a quando non restituiva i soldi ricevuti. Il termine siciliano carusi letteralmente significa ragazzi e deriva dall’espressione latina carens usu che significa mancante d’esperienza. Il fenomeno del lavoro minorile è stato a lungo diffuso in tutta Italia. L’orario di lavoro poteva arrivare a sedici ore giornaliere e i poveri sfruttati potevano subire maltrattamenti e punizioni corporali se accusati di scarso rendimento. E’ facile comprendere in quali condizioni fisiche e morali crescessero questi ragazzi. Spesso era dato vedere dei corpi sbilenchi, con le gambe ad angolo per l’abitudine a camminare sotto gravi pesi. Moralmente questi ragazzi venivano su in condizioni ancora più spaventose; abbrutiti per non aver conosciuto le gioie dell’infanzia spensierata, avendo vissuto in luoghi dove molto più facilmente potevano svilupparsi gli istinti più bestiali. Nei processi effettuati negli anni cinquanta sono emerse testimonianze raccapriccianti contro gli sfruttatori. Il racconto di Giovanni Verga, ROSSO MALPELO, descrive accuratamente le condizioni di vita dei carusi di miniera. Anche Pirandello nel racconto CIAULA SCOPRE LA LUNA parla della condizione di un giovane che lavora in miniera e per la prima volta vede la luna di cui aveva sempre avuto paura.

 

Giuseppe Zumbo  1A  ELE